Rose…. Che passione!

Roseti di Etrusca e Sutter Gold

Quando siamo partiti da Milano, ho portato con me una rosa gialla che avevo piantato anni prima nel nostro giardino di casa, e che – malgrado fossimo a Milano – dava ogni anno un raccolto di stupende grandi rose gialle…

Questa rosa è stata messa in un grande vaso di terracotta sulla terrazza del castello ricavata dai bastioni che si trovano verso le Gole del Vezzeno, ed è stata circondata da altre rose di pari bellezza che sono andata ad acquistare da Barni nella zona di coltivazione di Roselle, vicino Grosseto.  La bellezza di queste piante mi ha coinvolto come coinvolge la passione per il collezionismo, ed ho iniziato ad acquistare rose appena potevo…. In ogni viaggio, una delle mete è sempre stato quello di visitare giardini e poi di cercare vivai….

E’ nata così una passione che ha dato vista ad un percorso tra giardini terrazzati che scendono verso il torrente Vezzeno, e che oggi vengono identificati come

IL MUSEO DELLA ROSA NASCENTE ©

Il Museo Della Rosa Nascente si trova in questo luogo magico, dove le rose canine e le orchidee selvatiche vivono dall’epoca delle Fate. Qui è iniziato un nuovo cammino che ci accompagna nel mondo affascinante delle rose. Il Museo della Rosa Nascente fisicamente è in tutto il parco del Castello ed al momento conta 17 roseti, e di esso fanno parte anche i roseti presenti nel cortile d’onore all’interno delle mura medievali. Da poco è stato finito l’impianto degli ultimi 7 roseti che si trovano nel Labirinto Magico del Museo, proprio dove si allarga una piccola valle a monte della valle del Vezzeno. Qui lo sguardo si perde tra il bosco pioniere, i fiori di campo e i risguardi di rose che con lingue di colore diverse, vincono la natura selvaggia delle gole e schiudono le loro corolle alla prima rugiada ed ai raggi di sole, che proprio vicino al 13° roseto portano la temperatura di 7 gradi superiore a quella che si trova all’interno delle mura merlate, che in linea d’aria distano poco più di 700 metri. Nel parco della masseria, vicino al padiglione delle rose sulla  rotonda delle acacie, c’è un cancellino di legno che porta in una zona percorsa da un sentiero di ghiaia bianca, che scende quasi fino al torrente, costeggiato a destra e a sinistra de prato selvaggio, dove vivono e fioriscono rose canine spontanee e orchidee selvagge. Qui sono state piantate 200 rose fra varietà di rose tea e floribunde, e qui attraverso il linguaggio meraviglioso delle rose potremo indagare sui misteri di cui, da sempre, questo fiore è messaggero.

 

Il Sentiero Magico si snoda verso la valle come un labirinto costituito da piante spontanee che hanno trovato lì il loro clima ideale.  Si tratta di carpini, sanguinelle, ligustri bianchi, querce, pini marittimi, frassini, biancospini, ciliegi, prugnoli selvatici, gelsomini, viburni, rose canine e aceri imperiali.

I roseti sono stati impiantati con piante complementari per forma e colori:  iberis sempervirens, liquirizia, santoreggia, lavanda, peonie, buddleie. La rosa, pianta dai fiori incantevoli  con un’anima, che come l’essere umano nascono con forme e colori che maturano e addirittura cambiano intensità e tonalità durante i 10 giorni di vita. Ci sono rose a 5 petali e rose a 100 petali, ci sono rose muschate e rose con spine lunghe 3 cm. Ci sono rose con i sepali grandi come petali, il gambo carnoso e le foglie coriacee e con il fiore che può raggiungere  i 18 cm di diametro nel periodo di massima fioritura e rose meravigliose, timide, con lo stelo finissimo e lunghissimo, che fanno volute ampie e delicate alla ricerca del raggio di sole e il cui fiore  al massimo raggiunge i 4 cm di diametro, circondato da sepali verdi intenso e con spine sottili.

Ci sono rose dal bocciolo lunghissimo e dai 15 petali rosa confetto, che profumano di limone ed altre dal colore dell’incarnato femminile che hanno l’intenso profumo di pesca o di tè.

La regina tra tutte è l’Alba Maxima, dal bianco candore tinto di albicocca, e dal profumo intenso e speziato: è la rosa più antica, che si porta ai nostri giorni addirittura dal medioevo! Fiorisce solo a maggio e giugno, con una fioritura lunghissima, e poi ci fa sospirare fino all’anno successivo, perché non ci regala più neanche un fiore…!

Il Museo nasce per volontà di Rita Gibelli che, da sempre innamorata di questo magnifico fiore, ha deciso di creare un percorso di significato alchemico, che accompagna ogni singola persona alla scoperta della perfezione interiore attraverso l’evoluzione di colori, profumi, luci e simboli. Il giardino conta ad oggi 1200 piante di rose con oltre 125 varietà, e si snoda tra la ridente costa degli ulivi, le Gole del Vezzeno e i viali che portano verso le ombrose mura medievali del Castello.

 

La prima volta che abbiamo messo piede nel nostro castello, abbiamo dovuto lottare con coloro che da tempo ormai ne avevano preso possesso.

Fu come dover sciogliere un incantesimo: il portone si aprì e ci apparve una costruzione in pietra antica il cui colore andava dal giallo al verde rame fino al blu cupo. L’architettura dell’uomo si arrampicava con i suoi archi, le sue scale, i suoi ponti ed i suoi muri sulla roccia verdastra coperta di muschio. Anche i muri ne erano  ricoperti e il tutto si fondeva in un insieme di roccia, pietre e piante. Ricordava quasi il tempio di Salomone, le cui pietre erano state saldate insieme da un fuoco sovrannaturale. Qui il castello pietroso si era fuso con la bocca rocciosa che lo accoglieva a mo’ di castone  e proprio dalle fondamenta rocciose salivano tanti filamenti che racchiudevano gelosamente il castello come fosse stato un gioiello prezioso.

Come nella fiaba della Bella Addormentata, noi turbammo il sonno del maniero.

 Così l’edera si ritirò, gli alberi allentarono il loro abbraccio, i fiori riaprirono gli occhi, le finestre sbadigliarono e il fuoco si accese nei camini.

Tutto fu toccato e la vita ricominciò, dopo quindici lunghi anni.

 

La scoperta dell’Orto Botanico

Tutto intorno alle mura del castello si conserva quel percorso suggestivo nato come camminamento di ronda dei soldati. Nel 1800, col gusto romantico per il Medioevo misterioso e per la natura selvaggia che sconvolge gli animi, questo percorso carico di fascino venne trasformato in una sorta di percorso interiore le cui guide spirituali sono alberi e fiori.

Infatti in questo periodo vennero seminate molte  piante medicinali che si aggiunsero a quelle già esistenti, formando un orto botanico spontaneo molto particolare e ricco di suggestioni. La strada si inoltra nel bosco a nord, nella parte buia costeggiata dalla parete rocciosa. Il cammino inizia con l’ammonimento sibillino costituito dalla tacita presenza del ciliegio, che rappresenta la futura beatitudine e contemporaneamente la caducità della vita. Così si

Sedus

scende nel bosco, dove il compito di accogliere il pellegrino è stato affidato al Sambuco e al Pungitopo. Il primo è l’albero abitato dalle fate e dalle streghe, gli spiriti buoni e cattivi che accompagnano la vita umana.

Col suo legno si costruiscono però flauti magici contro gli incantesimi nefasti. Il Sambuco rappresenta perciò il problema che reca in sé la soluzione. Il Pungitopo invece è l’amuleto del solstizio invernale, che nel freddo dell’inverno ha il potere di resistere, grazie alle foglie coriacee e intanto preannuncia l’arrivo del nuovo sole coi suoi frutti piccoli e rossi. Il pellegrino procede quindi meditabondo, e incontra svariate piante: l’Eufrasia, erba degli occhi; il Lichene d’Islanda, nutrimento invernale degli animali selvatici; l’Olmo, l’albero del sonno e della giustizia;

il Frassino, l’asse del mondo; la Quercia,  pianta della sovranità; l’Edera, colei che ti cattura e ti rende prigioniero.

In questo modo si procede, passando lentamente dal buio alla luce. Dopo innumerevoli pensieri, dopo aver superato la metà del cammino, che corrisponde all’orlo del dirupo e alla parte più bassa, il pellegrino comincia a risalire, ed emerge alla luce come un uomo rigenerato.

Qui ormai lo attende la vita, col calore del sole,  il lavorio delle api, lo svolazzare delle farfalle e il profumo speziato dei fiori e dei frutti. Ad attenderlo ci sono i Melograni della prosperità, con i fiori a campanula rosso fuoco e i frutti autunnali giallo-arancio, che si spaccano sotto il sole, mostrando i cuori di grani sanguigni. Da sottoterra vigila l’Aglio,il potente amuleto che allontana il male,sia sotto forma di demoni o streghe, sia sotto forma di malattia.

Dai margini del cammino spuntano curiosi gli occhi giallo intenso dell’Occhio di Bue, antico colorante dei tintori. Vicino ai fiori dell’aglio fanno capolino i sonnecchiosi Papaveri, fiori del blando oblio che favorisce la meditazione.

Dal pavimento erboso sorride dolce la Malva, simbolo dell’amore materno, col suo effetto calmante e rassicurante. Nella parete inclinata e rocciosa ondeggia l’Avena meditabonda nel vento.

Il suo suono è il silenzio primordiale, il suo frutto è l’ antico nutrimento. E dal  punto più caldo e soleggiato regna il rosmarino dal profumo stimolante, col timo, la menta e l’origano.

Qui vivono anche il giallo Iperico, erba di San Giovanni,la pianta dai fiori sanguinanti,il cui olio è un potente antidepressivo, il Verbasco dalle proprietà emollienti e il sacro Olivo, il più antico simbolo dell’unione fra Uomo e Regno Vegetale.

Ecco le Gole che scendono di circa 80 mt sotto le mura del castello, dove il Vezzeno, ancestrale torrente capriccioso bagna le rive della valle dell’antico maniero.

Tutto il percorso che gira intorno alle Gole del Vezzeno, è cosparso di tante varietà di sedus, di diverse specie di orchidee selvatiche, di iris viola, e di licheni d’Islanda. 

 

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